Qualora questo non accada e lo spread rimanga alto, ci saranno tre effetti recessivi sull’economia:
- si svaluteranno i titoli del debito in pancia alle banche indebolendole e disincentivandole a dare credito;
- l’aumento dei tassi ridurrà la domanda di denaro da parte delle imprese frenando gli investimenti;
- aumenterà la spesa per interessi e il debito continuerà ad appesantirsi, sottraendo quindi al Governo risorse da investire nella crescita.
Le conseguenze sull’esplosione del nostro debito degli altissimi rendimenti maturati al termine dell’ultimo esecutivo Berlusconi e che gli esecutivi successivi hanno pagato caramente in termini di tagli e misure impopolari, avrebbero dovuto impartirci una lezione che invece sembriamo non aver ancora compreso a pieno.
In conclusione le due variabili sono quindi da un lato la spesa pubblica direttamente collegata al valore del debito e dall’altro la crescita, che è direttamente collegata al valore del PIL.
Se queste sono le variabili fondamentali, la parola chiave per riuscire a spezzare questa dinamica negativa è PRODUTTIVITÀ. Una parola quasi del tutto assente dal dibattito corrente in cui non si affronta mai ne’ il tema della manifattura italiana (cui è legata la produttività dei fattori produttivi e la nostra competitività come sistema Paese) ne’ della qualità della spesa (di cui si parla invece sempre in termini di volumi).
Produttività dei fattori produttivi dal lato dell’offerta e produttività della spesa pubblica dal lato della domanda sono quindi le due declinazioni della produttività che giocano nel caso italiano un ruolo centrale nel dibattito sullo spread.
La produttività dei fattori produttivi determina la competitività del sistema paese e cioè la capacità dell’Italia di produrre reddito restando competitiva sui mercati internazionali in assenza di politica monetaria autonoma.
La nostra competitività reale viene misurata cioè dalla capacità della nostra industria di crescere e generare occupazione senza ridurre artificiosamente il prezzo dei suoi beni tramite la svalutazione della moneta ed è condizione essenziale per la nostra sopravvivenza nella globalizzazione.
Alla base della competitività c’è la produttività del lavoro: se questa è troppo bassa e cioè se il costo del lavoro per unità di prodotto è più alto che nei paesi direttamente concorrenti (come la Germania nel nostro caso) il Paese perde quota, genera meno reddito e senza svalutare s’impoverisce.
Secondo Istat per quanto riguarda la produttività, infatti, il nostro Paese rimane un passo indietro rispetto ai principali competitor europei. La crescita della produttività a fine 2018 è stimata allo 0,6% a fronte delle stime su Francia e Germania che cresceranno il doppio rispetto a noi: dell’1,2% Parigi e dell’1,3% Berlino. I dati storici rivelano che in Francia, Germania e Spagna, dal 2010 ad oggi la produttività è cresciuta in media del 7%, mentre noi siamo fermi al +1,1%. Colpevole è essenzialmente il contesto economico e sociale più favorevole all’attività d’impresa e il maggiore orientamento all’innovazione e creazione di occupazione reale degli altri Stati mentre noi rimaniamo ancorati a modelli passati. Il fatto che solo il 3% delle nostre aziende sia interamente digitalizzato ci offre la misura della nostra arretratezza.
La prima indicazione che arriva quindi per chi abbia responsabilità politica in Italia in un contesto di cambio fisso all’interno della zona Euro, è quello di agire su tutte le leve non monetarie a disposizione del Governo per aumentare la produttività del lavoro, aumentare quindi la crescita reale del Paese e creare posti di lavoro sostenibili.
Alcuni dei nodi che più direttamente si frappongono come macigni ad una decisa accelerazione della nostra produzione industriale ed alla crescita della nostra manifattura sono:
- l’eccessivo carico fiscale sulle aziende che sottrare risorse ad investimenti in riorganizzazione, innovazione e formazione;
- l’assenza di una politica industriale che strategicamente premi i settori più dinamici e a maggiore tasso di crescita potenziale dell’economia (Industria 4.0 rappresenta un primo importante passo in questa direzione);
- la complicazione e arretratezza del nostro apparato burocratico, specie nel suo rapporto con le imprese;
- l’arretratezza delle infrastrutture;
- la distanza tra sistema scolastico/universitario ed esigenze dell’apparato produttivo.
Decidere di sbloccare finalmente questi freni allo sviluppo, anziché rifugiarsi nella periodica svalutazione della moneta e in iniezioni di spesa improduttiva, rappresentò negli anni ‘90 la sfida competitiva dell’Italia nell’Euro. Il fatto di non averli affrontati fino ad oggi e non l’ostilità degli altri paesi europei o altri complotti esterni, ha generato lo stallo nella crescita del Paese. Quando ci assumeremo la responsabilità dei nostri fallimenti invece di puntare il dito contro gli altri?
Di pari importanza anche la produttività della spesa pubblica e cioè la sua capacità di incidere sulla crescita del reddito. Se la spesa infatti non è abbastanza produttiva ed è quindi inefficiente o male allocata, non è detto che un suo aumento generi PIL, ma la probabilità che generi debito è invece molto alta.
Per fare un esempio, se un euro investito in Italia finisce al 30% a finanziare funzionari corrotti e solo al 70% a finanziare la spesa per cui è stato allocato e se la voce di spesa non è un investimento produttivo in un settore industriale strategico in grado di generare crescita e lavoro, ma è utilizzato per un sussidio o per salvare un’azienda fuori mercato in forte perdita da anni, l’aumento di spesa di un euro sarà molto inefficace nel generare crescita, ma genererà solo debito.

