Recensione a: Benjamin Netanyahu, “Durable Peace- Israel and its place among the nations” Hachette Book Group, New York 1993, pp. 398
La struttura del libro
Il libro di Netanyahu è un lungo excursus attraverso le argomentazioni a difesa del concetto stesso di Israele. Il primo ministro fa un’analisi certamente appassionata e di parte ma sempre fondata su fatti storici che rendono il libro istruttivo, comunque la si pensi, per chiunque voglia districarsi tra insulti reciproci e dibattiti violenti che imperversano, specie dal 7 ottobre in poi, sui social ed in TV.
Israele esiste, mentre la Palestina è un’invenzione di Arafat
Il libro apre mettendo l’accendo sulla ragion d’essere del sionismo legato al diritto storico degli ebrei a rivendicare il ritorno nella loro terra. Evidenze archeologiche e storiche dimostrano che da migliaia di anni gli ebrei abitano con continuità il territorio di Israele. Dal Regno di David alla Israele startup nation di oggi gli ebrei non hanno mai abbandonato la terra e sono stati oggetto di innumerevoli invasioni e guerre di aggressione.
L’Islam arriva con la conquista araba dopo la ritirata dal Nord Africa di Bisanzio, secoli dopo i primi insediamenti ebraici; la presenza islamica viene rinforzata dalla conquista coloniale Ottomana che sottomette gli arabi e gli ebrei.
Il nome Palestina viene coniato dai Romani che, determinati a sradicare gli ebrei, il cui credo è giudicato incompatibile con il culto dell’Imperatore, credono in questo modo di cancellare il legame degli ebrei con la loro terra cambiandone il nome.
Tutto questo avviene molto prima dell’arrivo degli arabi per cui non esiste alcun legame storico tra il nome Palestina ed una nazione o cultura autoctona di etnia araba.
Gli arabi di Palestina sono popolazioni nomadi provenienti da altri territori e privi di un’identità palestinese vera e propria.
L’invenzione dell’identità nazionale palestinese è del 1964 e viene introdotta da Arafat che ne fa uno strumento di guerra contro gli ebrei, esattamente come oggi il radicalismo islamico viene usato come un’arma contro Israele ed il resto dell’Occidente.
Il ruolo del Regno Unito
La guerra dell’Impero britannico contro gli Ottomani nella Prima guerra mondiale liberò i popoli sottomessi dalla “Sublime Porta” donando agli arabi immensi territori e ponendosi il problema di restituire anche agli ebrei un focolare nazionale.
L’atteggiamento benevolo della Gran Bretagna verso gli arabi non fu tuttavia ricambiato dato che le popolazioni musulmane del Medio-Oriente, dopo aver cercato di ostacolare in tutti modi il flusso di profughi ebrei verso la Palestina del mandato britannico, negli anni 30 e 40 non esitarono a schierarsi con Hitler per la sua politica votata allo sterminio degli ebrei.
L’alleanza tra leadership araba e regime nazista fu salda, continuata e perseguita scientemente dagli antenati del PLO e di Hamas. Ancora oggi i soldati delle forze di difesa israeliane quando penetrano nei rifugi dei terroristi nella Striscia di Gaza rinvengono copie del Mein Kampf di Hitler e simboli nazisti. Gli alunni delle scuole gestite dall’UNWRA, agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi imparano fin da piccoli ad odiare e voler sterminare gli ebrei.
Il tutto sotto gli occhi impassibili degli Occidentali e finanziato da un fiume di denaro dei contribuenti dei paesi europei.
Negli anni 30 e 40 la Gran Bretagna, quindi, cercò di perseguire una politica di appeasement con gli arabi molto più numerosi e pericolosi degli ebrei e soprattutto abitanti territori strategici per l’Impero di Sua Maestà. In questo contesto l’Impero tradì la causa ebraica che aveva inizialmente sposato dalla Dichiarazione di Balfour in poi (2 novembre 1917) e cercò in tutti modi di limitare l’afflusso dei profughi ebrei in Palestina anche dopo l’Olocausto (rendendosi tra le altre cose protagonista di episodi disumani nei confronti di una popolazione che aveva subito ed era sopravvissuta allo sterminio nazista).
La ritirata di Londra e la nascita dello Stato ebraico
L’abbandono del mandato britannico di Palestina fu la conseguenza del generale indebolimento dell’Impero dopo la faticosa vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche la testimonianza dell’incapacità di Londra di gestire il conflitto tra ebrei e arabi sul territorio del suo mandato.
La palla venne quindi passata alle Nazioni Unite che nel 1947 approvarono con un voto a maggioranza dell’Assemblea Generale un piano di partizione del territorio che avrebbe dovuto vedere la nascita dui uno Stato Arabo accanto allo Stato Ebraico: a quest’ultimo veniva assegnato un territorio difficilissimo da difendere, circondato da popolazioni ostili e che corrispondeva a circa il 10% di quella che era stata fino ad allora considerata la Terra Santa, abitata dall’antico popolo ebraico e rivendicata dagli ebrei come focolare nazionale.
Nonostante questo, gli Ebrei accettarono la partizione e il 14 maggio del 1948 nacque lo Stato d’Israele con il sigillo di legittimità fornito dalla Comunità Internazionale; gli arabi rifiutarono e dal giorno1 della nascita dello Stato ebraico una coalizione di Stati arabi scatenò una guerra di aggressione, volta a sterminare gli ebrei e rendere islamico il territorio assegnato dall’ONU ad Israele.
L’inversione del nesso di causalità
Da allora gli Israeliani hanno sempre combattuto guerre difensive attaccati dagli stati confinanti ma sono sempre stati accusati di essere gli aggressori. Fin dal giorno 1 del conflitto (maggio 1948) gli arabi hanno diffuso la bugia della pulizia etnica condotta dagli ebrei a danno degli arabi di Palestina (la Nackba) che fu solo parzialmente dovuta alla pressione prodotta dagli israeliani sulle popolazioni civili arabe (peraltro normale in un conflitto), ed in gran parte generata invece dalle indicazioni ricevute dagli stati arabi che, certi di una grande vittoria, invitarono le popolazioni arabe a lasciare la Palestina per poi tornarvi a vittoria conseguita.
Fu così nel 1967 quando l’attacco preventivo di Israele sugli eserciti di Egitto, Siria e Giordania che si stavano ammassando ai suoi confini per invadere, viene ancora oggi banalizzata come guerra di aggressione, senza tenere conto che Israele non ha profondità strategica e non può permettersi di indietreggiare, trovandosi costretto a colpire per primo se minacciato direttamente. Ancora oggi la stessa inversione della realtà dei fatti si è verificata a fronte del massacro antisemita del 7 ottobre 2023: dopo il barbaro e deliberato attacco a inermi civili su cui gli aguzzini di Hamas si sono accaniti con furia nazista, le truppe israeliane hanno avviato una decisa quanto legittima azione di rappresaglia contro Hamas nella Striscia di Gaza e sono stati immediatamente descritte in sede ONU, nelle piazze e nei media come aggressori e criminali di guerra.
Dopo il 1967 nasce la teoria dei due popoli e due stati
Sull’onda della cocente sconfitta militare degli stati arabi nel 1967 e del nascente nazionalismo palestinese, inventato di sana pianta da Arafat, il PLO inizia a parlare della West Bank (costituita dalle storiche regioni ebraiche di Giudea e Samaria annessa dall’IDF nella guerra del 1967), come “territori occupati” illegittimamente da Israele e quindi a chiedere il ritorno ai confini del 1948 come condizione per la costituzione di un ipotetico Stato palestinese.
Questa narrazione, sposata e descritta come conditio sine qua non per la pace da generazioni di diplomatici e leader politici occidentali, ha sempre nascosto la volontà degli arabi di rendere Israele più vulnerabile tornando ad occupare una posizione strategica che facilitasse l’annientamento del Paese.
Il vero obiettivo dei palestinesi sempre dichiarato alla fine dei continui falliti negoziati di pace e negli ultimi 20 anni da Hamas, così come ribadito dalle vili azioni terroristiche dei palestinesi ai danni della popolazione civile israeliana (Intifada), è sempre stato l’annientamento di Israele e non la creazione di uno Stato palestinese che vivesse in pace con gli ebrei
L’obiettivo quindi di ottenere lo spostamento dei confini sulle posizioni stabilite dal piano di partizione del 1948 non ha nulla a che vedere con la volontà di costruire l’ennesimo stato arabo in Medio Oriente. Il ritorno all’assetto territoriale pre-1967 consiste per gli arabi nell’opportunità di sottrarre agli israeliani il vantaggio strategico di controllare le alture della West Bank e poter facilmente accedere alla pianura che scende al Mediterraneo ed al centro urbano di TLV, cuore strategico dello Stato Ebraico.
Basta leggere lo statuto dell’OLP (il “piano per fasi”) e di Hamas per rendersi conto di quale siano sempre state e quali siano ancora oggi le intenzioni degli Arabi: l’annientamento di Israele e la cacciata degli Ebrei dal Medio Oriente.
Un viaggio affascinante attraverso la storia, la geopolitica e la psicologia dei popoli che abitano questa regione caldissima che il premier israeliano ci regala attraverso un’analisi lucida, così lontana dall’immagine di un uomo consumato da odio e rancore personale, capace di atrocità indicibili che ormai i media mainstream hanno deciso di vendere all’opinione pubblica occidentale.

