Recensione a:
Peter Heather, “Roma risorta”
Garzanti, Milano 2021, pp. 492

Questo libro narra l’avvincente storia del colpo di coda con cui Bisanzio (l’Impero romano d’Oriente) sotto la guida dell’Imperatore Giustiniano, nel sesto secolo, grazie al grande generale bizantino Belisario, riconquistò le ricche province del Nord Africa e dell’Italia centro meridionale, incluse Ravenna e Roma, sottraendole ai Vandali ed Ostrogoti.
Le guerre in Occidente dell’Imperatore Giustiniano ebbero costi umani ed economici altissimi che Bisanzio riuscì con grande difficoltà a sostenere, vista la costante pressione sul fronte orientale dell’Impero persiano, ma che ebbe un grande valore simbolico: la rinascita dell’Impero Romano in Occidente.
Le vere ragioni delle campagne di Occidente
In realtà il libro ci spiega che le cose non stanno esattamente così; è infatti possibile che essendo l’Imperatore nato due anni dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente ed avendo preso il potere quasi 50 anni dopo, la memoria dei sudditi della grandezza dell’antica Capitale imperiale non fosse così vivida tanto più che gli ultimi anni dell’impero romano d’occidente furono caratterizzati da rovinose sconfitte, degrado sociale, imbarbarimento degli apparati governativi e militari e ben poco rimaneva degli antichi fasti della Roma dominatrice del Mondo conosciuto.
La campagna militare venne accuratamente studiata a tavolino per ragioni di politica interna e per consolidare il trono di Giustiniano. La vittoria militare era infatti nell’Impero d’Oriente l’unica vera fonte di legittimazione divina dell’Imperatore: essa testimoniava il legame diretto tra l’Imperatore e la volontà divina e che l’Impero ne fosse la realizzazione terrena. Essa, quindi, generava consensi e solidità alla porpora imperiale, nonché incuteva timore nei nemici di Roma.
Bisanzio inoltre riuscì con forze relativamente esigue, rispetto ai grandi eserciti romani dell’antichità a realizzare un colpo di mano contro i Vandali in Nord Africa, approfittando dell’assenza di gran parte delle forze barbare da Cartagine e riuscendo a tenere a bada le incursioni berbere che furono infaticabili per tutto il periodo della dominazione bizantina nelle antiche province romane del Nord Africa fino al 690 dc.
Sia il Nord Africa che l’Italia erano inoltre province ricche (soprattutto Ravenna, Roma e la Sicilia) e l’Impero d’Oriente aveva bisogno di rimpinguare le casse dell’erario provate da anni di conflitti corrosivi con il vicino Impero Persiano che costituiva una minaccia costante e una vera bestia nera militare per Roma, dalla sconfitta di Adrianopoli nel quarto secolo in poi.
L’idea di grandezza
Il libro mette inoltre in risalto il profilo di Giustiniano pragmatico e cinico nelle sue scelte ma allo stesso tempo intriso di quello spirito e di quella visione di grandezza che aveva caratterizzato molti dei suoi antichi predecessori; degne di nota la sua riforma per il riordino dei codici di legge romani, descritta nel libro con dovizia di particolari e l’infaticabile lotta per affermare l’unità religiosa della cristianità nei territori occupati da Costantinopoli.
Proverbiali le cronache sulle grandi opere edilizia da lui realizzate a Costantinopoli e ad Antiochia e la sua statua (con in mano il globo a testimoniare la missione universale dell’Impero) in cima ad una colonna che per secoli dopo la sua morte campeggiò nel centro di Costantinopoli e poi di Istanbul fino all’arrivo degli Ottomani.
Addirittura, Heather arriva a sostenere che questa idea di grandezza che Giustiniano aveva restituito per qualche decennio a Roma, spinse i suoi successori a volerlo emulare, lanciandosi in improvvide campagne militari contro la Persia che non tennero conto delle reali condizioni dell’esercito (non più quella macchina invincibile della Roma antica) e della fragilità delle alleanze di Costantinopoli con i Barbari dei Balcani e le tribù arabe che stazionavano ai suoi confini orientali.
Affascinante anche la figura di Belisario, generale romano d’altri tempi, coraggioso e leale all’Imperatore, portato in trionfo per le sue imprese ma mai tentato dalla porpora imperiale e protagonista non solo delle conquiste ad occidente ma anche di vittoriose campagne contro i persiani. Egli fu anche in vecchiaia protagonista di un eroico scontro contro dei barbari di origine avara che erano penetrati nelle mura di Costantinopoli.
Emerge infine dal testo la sapiente capacità di Giustiniano e dei suoi militari, non più a capo di eserciti invincibili di esercitare il soft power garantito dal prestigio di Roma, sia attraverso, la diplomazia, che attraverso elargizioni ai propri nemici più deboli per armarli contro la Persia, secondo il principio del “divide et impera” che spesso aiutò Costantinopoli a sopperire alla sua ormai relativa debolezza militare.
L’eredità di Giustiniano
L’impresa occidentale di Giustiniano passerà alla storia, non solo per il suo valore simbolico ma anche perché fu in realtà l’ultima grande impresa espansiva della millenaria storia del formidabile esercito romano. Nessun imperatore, dai tempi di Traiano aveva conquistato così tanti territori come Giustiniano.
La guerra di logoramento con l’impero persiano, scoppiata a più riprese a cavallo del regno di Giustiniano e quelli dei suoi successori Giustino II, Maurizio ed Eraclio, le ripetute perdite di città (Efeso) e territori ricchissimi ad oriente, specie in Egitto, Siria e Palestina nel settimo secolo (sia per la pressione persiana che per il sorgere dell’Islam e le scorrerie delle masse arabe) trasformeranno nel settimo secolo il glorioso Impero Romano d’Oriente da potenza globale a regno medioevale regionale solo nominalmente erede dell’antica Roma.
Bisanzio perderà nuovamente l’Italia nel nono secolo e gradualmente sarà costretto a concentrare le scarse risorse erariali e militari nella difesa dei propri fragili confini per rallentare l’erosione dell’Impero e la progressiva irrilevanza politica e militare.
A Costantinopoli resterà il ruolo di traghettare l’eredità del Mondo classico e del mito di Roma fino al quindicesimo secolo quando cadrà per mano dei turchi.

