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The Genius of Israel

Recensione a: Dan Senor e Saul Singer, “The Genius of Israel: the surprising resilience of a divided nation in a turbulent world” Constable, Great Britain 2023, pp. 316

The Genius of Israel

Introduzione al libro

Per capire come l’innovazione tecnologica possa diventare un fattore macroeconomico di crescita di un Paese, bisogna indagarne a fondo le cause scatenanti.
Per farlo non si può non guardare ad Israele, diventata la mecca delle startup tecnologiche, meta di pellegrinaggio di founder ed investitori di tutto il Mondo.

Esperimento riuscito di uno Stato che agli inizi degli anni ’90 era ancora marginalizzato e semi-socialista, circondato da nemici, in costante lotta per la sopravvivenza e privo di risorse naturali, Israele ha trovato nell’innovazione tecnologica il fattore scatenante primario del suo boom economico grazie al quale ha scalato la classifica mondiale del reddito pro-capite, collocandosi recentemente tra i primi 15 paesi più ricchi al Mondo.

Obiettivi della recensione

Di questa lettura non potrò mai ringraziare abbastanza Gaia Molco, collega, cara amica e Presidente della Camera di Commercio Italiana a Tel Aviv, profonda conoscitrice del suo popolo, che consigliandomi questa lettura mi ha consentito di analizzare la psicologia nazionale di Israele alla ricerca delle cause scatenanti del suo successo. L’obiettivo di questa analisi del caso israeliano è fornire spunti utili di riflessione ai policy maker italiani cui spetta il compito di costruire un importante ecosistema innovativo degno dei primati industriali dell’Italia.

Israele e Italia: naturalmente partner

Israele investe il 5,6% del PIL in ricerca e sviluppo, più di qualsiasi altro Paese dell’OCSE. È inoltre l’unico paese in cui il 91% degli investimenti in R&D vengono dal settore privato e la maggior parte di questi dall’estero. Solo una minima parte di fondi pubblici viene investita in R&D prevalentemente per abbattere il rischio di iniziative imprenditoriali particolarmente disruptive.

La stessa percentuale negli USA è al 78%, in UK al 71%, in Germania al 67% ed in Canada al 55%.

Israele è il terzo hub dell’innovazione al Mondo per numero di startup finanziate dopo San Francisco e New York e davanti a Londra, Boston e Los Angeles. Sul decennio 2013 – 2022 si classifica al sesto posto superata solo da hub USA e cinesi. Israele si classifica inoltre al quinto posto per numero di round di finanziamento superiori ai 50 milioni di dollari.

L’Italia è addirittura assente da questa classifica a testimonianza dei ritardi del nostro ecosistema rispetto alle economie più avanzate; tuttavia, il nostro Paese può contrapporre a questo ritardo in termini di innovazione un apparato produttivo secondo in Europa solo a quello tedesco.

Una rete di imprese diffusa soprattutto nel Centro-Nord che ha una fortissima propensione all’export consente all’Italia di essere il sesto esportatore mondiale ed avere il terzo surplus commerciale del pianeta dopo quello di Cina e Germania.

Questa complementarità tra i due Paesi è uno dei fattori di successo dei rapporti economici tra Italia e Israele: quest’ultimo si pone insomma come bacino di innovazione tecnologica cui la nostra dinamica rete di imprese può accedere per accrescere la propria competitività ed intensità tecnologica.

Allo stesso tempo l’imponente fabbisogno tecnologico del nostro apparato produttivo così esposto alla concorrenza internazionale può rappresentare un’importante leva di open innovation per la crescita del nostro ecosistema innovativo interno: più fabbisogno tecnologico dovrebbe infatti rappresentare un incentivo a ricercare soluzioni innovative e quindi a favorire la crescita di startup come risposta a questi bisogni.

Ed è proprio qui che la best practice dell’ecosistema israeliano dell’innovazione può tornarci utile: come è nato? Quali sono i suoi principi ispiratori più profondi? In che misura lo studio dell’antropologia di una Paese può aiutarci a riprodurne alcuni effetti virtuosi anche nel nostro? A seguire in estrema sintesi alcune delle risposte contenute nel secondo libro di Senor e Singer.

Il genio d’Israele

Il libro “The genius of Israel” ci ricorda che l’innovazione di cui sono imperniate società ed economia israeliane non nasce solo da scelte di politica economica o di natura legislativa ma si basa su un naturale humus sociale che affonda le sue radici in storia, cultura e antropologia di un popolo fattosi Stato solo nel 1948: “soft factors” che caratterizzano la psicologia nazionale israeliana e la rendono distintiva ed unica nel suo genere.

 

Israele è lo Stato ebraico: un Paese nato per offrire una casa ed un luogo sicuro ad un popolo e ad una fede perseguitata da secoli, sempre minoranza nei Paesi in cui si era radicata la diaspora ebraica, quindi per definizione un Paese multietnico. Un Paese che pur essendosi dimostrato sicuramente capace di integrare nella sua democrazia anche la minoranza drusa e la componente musulmana prevalentemente palestinese, ha di fatto costruito sul ceppo dominante ebraico la sua identità nazionale: un primo elemento distintivo è quindi il legame del popolo di Israele con la sua storia e tradizione millenaria, ben più antica delle tradizioni cristiana e musulmana ed elemento di profonda ispirazione e di costruzione di un obiettivo collettivo a cui tendere che fonde costantemente sguardo al futuro, innovazione e tradizione. Un ceppo comune che  solidifica l’impianto sociale e statale di una società così ricca di differenze al suo interno.

Le reti di relazione sociale

Un secondo aspetto che attraversa tutto il libro è che è difficile rappresentare in poche righe è costituito dalle varie forme di vita comunitaria che sono state sperimentate in Israele, che spingono i cittadini fin da giovani a condividere esperienze di vita, di studio, di lavoro e di leadership con altri coetanei. Sono forme di aggregazione e condivisione che instillano negli israeliani un senso di appartenenza ad un popolo e ad una comunità nazionale. Il senso di appartenenza si riflette nella convinzione individuale che la vita non consista solo nella realizzazione di sé stessi attraverso il raggiungimento del successo personale e professionale, ma anche nel contributo che ogni individuo può dare alla crescita della sua comunità di appartenenza.

 

Gli esempi citati nel libro di vita comunitaria di stampo israeliano sono numerosi, dal ruolo della famiglia, coesa e spesso riunita anche con cadenza settimanale, il concetto quasi spirituale di “hevre” attraverso il quale gli israeliani definiscono i legami sociali tra pari che si creano in varie fasi della vita e che possono rappresentare per ciascuno di essi una specie di surrogato della famiglia, spesso più forte della famiglia stessa perché scelti e plasmati da esperienze comuni.

Descritto nel libro anche il grande esperimento sociale dei Kibbutz, vero marchio di fabbrica di Israele, esempi di vita comunitaria e di condivisione materiale e spirituale dal quale sono scaturiti villaggi diventati vere e proprie cittadine, alcune delle quali attaccate dai macellai di Hamas il 7 ottobre.

Di estremo interesse non solo per coltivare lo spirito comunitario, ma anche per allenare i giovani alla leadership ed allo sviluppo del senso di responsabilità verso la comunità, è l’esperimento tutto israeliano delle accademie premilitari chiamate “Mechina”.

Infine, l’esercito, l’IDF (Israeli Defence Forces), punto di arrivo ambito da ogni giovane israeliano che (a differenza che altrove) vive male un’eventuale esclusione dall’arruolamento, possibile anticamera di una marginalizzazione sociale.

Nell’ambito della vita militare i giovani da 19 anni in poi si devono confrontare con un addestramento orientato al combattimento (prospettiva reale e probabile per ciascun soldato israeliano), alla responsabilità verso i compagni ed al comando.

Forme di vita comunitaria che rafforzano il senso di appartenenza alla comunità nazionale è vero ma che soprattutto offrono uno scopo superiore per cui impegnarsi che trascende e completa il successo economico e professionale di ciascuno.

Società felice e orientata al futuro

Spirito di comunità, senso di appartenenza, sviluppo precoce di un senso di responsabilità per sé stessi e verso la comunità di appartenenza e scopo superiore per cui spendersi. Tutti elementi che sommati rendono la società israeliana felice, ottimista ed orientata al futuro.

Questo una delle conclusioni più sorprendenti del libro: sembra un paradosso che una “società fortezza” come quella israeliana, assediata da nemici determinati ad annientarla risulti anche (secondo tutte le statistiche internazionali) tra le più prolifiche del Mondo sviluppato, con tassi di natalità media più che doppi rispetto a quelli europei, tra le più felici ed ottimiste verso il futuro.

Una società giovane, insomma, che vive in comunità mobilitata (per necessità) verso l’interesse nazionale. Affrontare insieme sfide e minacce tangibili, difficoltà reali, dover correre dei rischi ed ingegnarsi per affrontarne le conseguenze, una “call od duty” (chiamata al dovere) verso lo Stato che fa sentire tutti parte di una missione civile ed identitaria costituisce una risposta alla ricerca di senso delle nuove generazioni ed è alla radice di questa felicità diffusa e di questo entusiasmo creativo.

La creatività, l’imprenditorialità, la voglia di fare la differenza, certo con l’obiettivo di competere e realizzare dei profitti ma anche di portare un beneficio alla società israeliana aumentandone anche il prestigio nel Mondo, sono tutti elementi intangibili e fattori antropologici che contribuiscono al successo della “Startup Nation”.

Una storia quella del libro “The Genius of Israel” che ai nostri occhi appare una miniera d’oro da cui prendere ispirazione per chi in Italia ha il potere di mettere in atto politiche sociali ed economiche funzionali a rivitalizzare la società italiana; una società che deve smettere di raccontarsi in perenne declino e che ha le risorse materiali ed intellettuali per rompere stanchi tabù ideologici e mettere benzina nel nostro ancora neonato ecosistema italiano dell’innovazione tecnologica.

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