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“Die Dolce Vita Gesellschaft”: diritti o fuga dalla realtà?

La società della Dolce Vita

Sabato 25 febbraio 2023 è uscito sul giornale più importante della Svizzera (la Neue Zürcher Zeitung) un articolo in prima pagina dal titolo “Die Dolce Vita Gesellschaft” (la società della Dolce Vita); non si è trattato di un’invettiva contro l’Italia ma una dura critica del sistema di incentivi previdenziali e assicurativi elvetici che sembrano premiare il lavoro part time e scoraggiano l’ambizione e l’investimento nella carriera. Su questo si innesta l’esplosione del fenomeno dei lavoratori che decidono di dedicare a sé stessi più tempo libero scegliendo lavori parti time e meno impegnativi.

Il fenomeno sembra colpire particolarmente professionisti e lavoratori iperqualificati tanto da portare il giornalista a ipotizzare la restituzione allo Stato svizzero delle ingenti risorse che questo ha impiegato per l’istruzione di questi qualificati lavoratori temporanei.

Sulla prima pagina del giornale ci si chiede se sia giusto creare una società tutta orientata alla rivendicazione dei “propri spazi”, alla difesa ed espansione della propria sfera individuale a spese della collettività. Nel mondo del lavoro la generazione dei ventenni sembra rifugiarsi volentieri in ruoli comodi e non esposti alla pressione del mercato, alla competizione, alla responsabilità che deriva dall’essere tenuti a raggiungere dei risultati. Una condizione spesso erroneamente bollata come iperliberista, ma invece assolutamente naturale, legata alle difficoltà ed ai riti di iniziazione cui ci sottopone la vita: una condizione spesso educativa.

Questo fenomeno non è certo limitato alla Svizzera, dove tra l’altro il ruolo dello Stato in economia è ancora molto ridotto rispetto ad altri Paesi europei.

Il caso italiano

Altre società occidentali sembrano soffrirne come l’Italia la cui economia negli ultimi anni è stata drogata da numerosi sussidi e pochi investimenti produttivi: dopo la pandemia il reddito senza lavoro, il lavoro vicino casa, e l’impiego pubblico hanno prevalso su incentivi alla creazione di attività imprenditoriali ed una politica industriale selettiva su settori strategici Proprio in Italia usciva pochi anni fa un bel libro di Luca Ricolfi “La società signorile di massa” in cui si metteva in evidenza l’involuzione verso la rendita della società italiana dopo gli anni del capitalismo rampante del dopoguerra. Una gran parte delle nuove generazioni sembra rifiutare la trincea del rischio, della responsabilità e del lavoro e rifugiarsi al caldo della rendita che deriva dai patrimoni accumulati dalle proprie famiglie negli anni del miracolo economico: chi non ce la fa perché non ha famiglie ricche alle spalle, assecondato da un sistema scolastico sempre meno selettivo e sempre più “inclusivo”, aspira a rifugiarsi nella comfort zone dei sussidi statali.

Un delirio occidentale

Sembra che negli ultimi anni da un lato l’individualismo tipico di un’economia liberista trainata dal profitto e dall’altro la retorica dei diritti tipica di un certo radicalismo ideologico, propenso ad attribuire sempre al “sistema” le colpe degli insuccessi individuali, si siano fuse in una forma di egoismo sociale che mina alla base i fondamenti di una società civile: l’esercizio dei propri doveri per la realizzazione di se stessi attraverso il proprio contributo al bene comune, alla patria alla comunità di appartenenza.

Questa fuga dalla “trincea del lavoro” per ritirarsi nella propria tiepida e consolante sfera individuale fatta di hobby, cura del corpo e della mente, accompagnata dalla diffusa abitudine all’autocompiacimento sui social network, altro non è che una fuga dalla realtà di cittadini occidentali dimentichi dei propri doveri e tutti  orientati alla rivendicazione dei propri diritti.

Il tutto poi viene condito dalla maschera ideologica del rifiuto dell’attuale sistema di sviluppo come se cambiare alle radici il sistema economico non richieda studio, lavoro, ricerca concreta di soluzioni e dedizione.

Senza doveri la società non si tiene

La domanda di fondo è:

cosa tiene insieme una società? Cosa genera un senso di appartenenza al Paese, alla comunità di appartenenza?

La risposta è il senso di riconoscenza per l’assistenza sanitaria ricevuta, per l’educazione scolastica impartita che bisogna ripagare attraverso l’esercizio dei propri doveri e del proprio contributo alla collettività.

Il senso civico si forma sull’identità collettiva e non individuale; un buon cittadino è tale in quanto si sente parte di una missione collettiva non una monade interessata solo al proprio destino personale rivendicato come un diritto di natura e non conquistato attraverso la fatica dello studio e del lavoro;

Quella che sembrava negli anni ’90 una scelta di progresso e civiltà e cioè l’abolizione della leva obbligatoria si è rivelata un’ulteriore picconata al senso di responsabilità collettivo, l’abolizione dell’ultimo rito di iniziazione dei giovani maschi alle asprezze della vita, ed al senso del dovere, alla consapevolezza di doversi occupare di qualcosa di più grande di se stessi e che la vita non è tutta rivendicazione: vivere e diventare uomini significa prima di tutto dare e tenere duro qualche volta senza cedere sempre alla sterile lamentela collettiva.

Dei giovani che dovrebbero essere le forze più vigorose della società si parla nel dibattito pubblico come fossero dei menomati, invece di abituarli alla durezza della vita, educarli alle difficoltà ed al senso del dovere verso gli altri.

Basta piangere

È francamente diventato insopportabile il piagnisteo collettivo sulla sofferenza dei giovani durante la pandemia, della loro esclusione dal mondo del lavoro, del debito costruito dalle generazioni precedenti che hanno rubato loro il futuro.

Nella storia dell’uomo si sono fatte guerre, commessi crimini indicibili, nessuno a parte qualche statista illuminato ha mai pensato al benessere delle generazioni future, queste il futuro se lo sono costruito partendo da zero, con meno patrimonio ereditato, meno reddito e meno sussidi di quanto non dispongano i giovani di oggi.

Sempre più urgente appare il richiamo ad una missione collettiva delle nuove generazioni che sia severo e paterno (non paternalista) nei toni e che ci ricordi che all’esercizio dei nostri doveri è legato  il collante che ci tiene insieme come società.

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