Una narrazione autodenigratoria e (spesso) insensatamente esterofila, non basata su fatti e cifre ma su un assunto ideologico, che dalla fine della Guerra in poi, ha bollato come nazionalismo qualsiasi afflato patriottico nel Paese, rappresenta un freno alla crescita e, attraverso il meccanismo delle aspettative, rischia di danneggiare un’economia italiana invece più solida di come normalmente viene descritta.
Il complesso di inferiorità
Dopo 20 anni di lavoro nella promozione del Made in Italy e nel sostegno alle PMI italiane sui mercati esteri, sono giunto alla conclusione che in Italia e spesso anche negli italiani all’estero sia comunemente accettata come normale una narrazione autodenigratoria del Paese che giova solo a quanti possono trarre profitto da una debolezza relativa dell’Italia.
Tale atteggiamento non solo è irragionevole di fronte al risorgere di nazionalismi aggressivi e all’affermazione dell’interesse nazionale anche dei nostri paesi confinanti e partner storici, ma è fattualmente infondato e tradisce una mancanza di conoscenza da parte degli italiani della loro reale forza.
Enrico Mattei, fondatore dell’ENI e uno dei maggiori artefici del boom economico italiano del dopoguerra, diceva, in un suo famoso intervento di fronte al Presidente Fanfani, riportato nel bellissimo e brevissimo saggio “Il complesso di inferiorità” edito da Edizioni Comunità:
“Quando ci siamo messi al lavoro siamo stati derisi perché dicevano che noi italiani non avevamo le capacità né la qualità per conseguire il successo. Ed eravamo quasi disposti a crederlo perché da ragazzi ci avevano insegnato queste cose…noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci hanno insegnato, ovvero che gli italiani…non hanno la capacità della grande organizzazione industriale. Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani. Ma per fare questo è necessario studiare, imparare, conoscere i problemi…Noi pensiamo di avere delle enormi possibilità di sviluppo nel nostro Paese, di poter cancellare per sempre l’immagine di un’Italia tradizionale, povera e agricola. Abbiamo immense possibilità di sviluppo nel Mediterraneo, in Europa, in Africa e in Oriente”
Quelle parole sono state profetiche: l’Italia ha colto nei decenni successivi enormi opportunità di sviluppo che l’hanno portata ad essere una delle economie più avanzate del Pianeta, ma la battaglia contro quel senso di inferiorità tramandato da generazioni, nella convinzione che la nostra salvezza possa venire sempre da qualche attore esterno che ci insegni come fare le cose, l’abbiamo persa. Di fronte al fallimento dei modelli economici di Francia e Germania, ad un Regno Unito che naviga nel caos economico e sociale, una Spagna sempre più marginale e persino una Svezia piegata dal disordine sociale indotto dal fenomeno dell’immigrazione di massa, l’Italia, con tutti i suoi problemi, rappresenta un esempio di stabilità politica, con una visione per l’Africa espressa dal piano Mattei e con un’economia che ancora non ha fatto registrare quell’arretramento drammatico e conseguente alla crisi della Germania che viene profetizzato ormai da due anni. Siamo saldamente la seconda industria d’Europa e continuiamo a collezionare primati economici e tecnologici sui mercati internazionali nonostante l’assenza di una vera e propria politica industriale.
Nonostante questo, il veleno del disfattismo autodenigratorio invade i giornali; se avessimo lo stesso spread che la Francia fa registrare in questi giorni dopo ripetute crisi di Governo o gli stessi tassi di crescita di PIL ed export della Germania, i nostri media suonerebbero già le campane a morto per il nostro Paese. Si limitano invece (con rare eccezioni) a non registrarne i risultati positivi.
Perché cambiare narrazione
È arrivato il tempo di cambiare narrazione per due fondamentali ragioni:
- perché non è vero che siamo da meno dei nostri maggiori partner: fatti e cifre lo dimostrano. Certo non avrebbe senso negare che l’Italia abbia dei problemi strutturali mai superati anche gravi, come l’arretratezza del Sud, il peso del fisco su imprese e lavoro e di una burocrazia deprimente e antiquata che sembra pensata per scoraggiare qualsiasi iniziativa, la conflittualità sociale e gli scioperi seriali, la fuga massiccia di forza lavoro altamente qualificata che non trova sbocchi lavorativi adeguati nel Paese. Ma mentre questi punti di arretratezza sono uno spartito che ogni italiano conosce a memoria, dei punti di forza pochi sono consapevoli. Come si fa a costruire il futuro in assenza di questa consapevolezza?
- La seconda ragione è che in economia le percezioni, specie quando diventano collettive e formano le aspettative, influenzano i flussi di investimento e contribuiscono alla credibilità di un Paese. È facile dunque intuire che in un paese altamente indebitato come il nostro e sempre esposto all’attenzione degli investitori internazionali, continuare a parlare male di noi stessi, non giova al bene comune. Specialmente se queste critiche gratuite alimentano sorrisini di scherno e battute denigratorie quasi per auto-accreditarsi come “anti-italiani mitteleuropei” agli occhi dei nostri amici, colleghi o partner internazionali, rendendoci francamente anche individualmente ridicoli. Delle virate massicce dei flussi di investimento internazionali nell’ambito di attacchi speculativi contro il debito sovrano di un paese possono mettere in ginocchio anche l’economia più forte. Alimentare quindi aspettative negative sull’Italia attraverso una stampa faziosa ed esterofila o per principio antigovernativa, indipendentemente dal merito delle misure adottate e attraverso un diffuso chiacchiericcio antitaliano che prescinde completamente dalla realtà dei fatti, serve solo gli interessi di chi l’Italia la teme e la vuole debole e manovrabile.
La pressione della Realpolitik
Il meccanismo di pressione nei confronti del nostro Paese (anche per le gravi responsabilità della nostra classe dirigente che ha rimandato per decenni riforme necessarie) funziona da anni: nonostante l’Italia sia una delle poche economie in avanzo primario (differenza tra entrate ed uscite sul bilancio dello stato al netto della spesa per interessi sul debito pubblico), le aspettative negative su di noi ed una narrazione negativa che prescinde dai fatti (a partire da questo semplice dato di finanza pubblica) hanno sempre contribuito a generare un alto livello di spread rispetto ai rendimenti sui titoli di Stato tedeschi, generando un aumento della spesa in conto interessi e quindi del debito. Questo ha portato i paesi cosiddetti partner (ma in realtà concorrenti) a chiedere all’Italia continue misure di austerità deprimendo crescita ed investimenti. Il mantra del “ce lo chiede l’Europa” ha innescato il più consistente e continuato meccanismo di autocastrazione della storia nazionale.
Non sarebbe stato meglio, per risollevare il paese cercare di limitare la spesa per interessi cambiando la percezione in Italia e all’estero delle capacità del nostro Paese, invece che continuare a deprimere la nostra economia attraverso tagli agli investimenti? Era veramente necessario aspettare Draghi nel 2021 per ricordarci la differenza tra “debito cattivo e debito buono”?
Anni fa il Presidente del Consiglio Matteo Renzi diceva: “se l’Italia fa l’Italia non ce n’è per nessuno”; siamo d’accordo l’Italia deve fare l’Italia, senza smettere di imparare dal confronto con gli altri, con umiltà ma anche con consapevolezza dei propri mezzi. Uno degli ambiti invece in cui dobbiamo smettere di fare l’Italia è il modo in cui parliamo di noi stessi.
Iniziamo dunque a dire la verità sul nostro Paese, rovesciamo questa percezione che ci trascina in una spirale di pessimismo e negatività e snoccioliamo qualche dato che siamo certi impressionerà molto di più i nostri connazionali piuttosto che i nostri amici stranieri. Una interessante serie di articoli di Marco Fortis, Vicepresidente della Fondazione Edison, sul Sole 24Ore ci aiuta a collezionare molti dati sulla competitività dell’Italia che smontano tanti dei miti negativi sul nostro Paese. Interessanti anche i dati annualmente pubblicati dalla Fondazione Symbola di Ermete Realacci con il rapporto “l’Italia in dieci selfie”.
Le cifre: l’Italia oltre i luoghi comuni della narrazione autodenigratoria
Luogo comune nr 1: l’Italia sta perdendo competitività a livello internazionale
L’Italia ha esportato nel 2023 626.2 miliardi di Euro in beni e servizi ed è diventato il quinto esportatore al Mondo dopo Cina, USA, Germania e Giappone. Il surplus commerciale dell’Italia nei suoi 7 settori di specializzazione produttiva (moda, meccanica, agroalimentare, nautica di lusso, aerospazio e automotive sportivo) ammonta a 206 miliardi di dollari superiore al surplus commerciale
- della Cina nel settore degli smart-phones
- degli USA nell’agricoltura, nell’aerospazio e nell’energia
- della Germania nella meccanica e nell’automotive
- del Giappone nell’automotive, nella meccanica e nell’acciaio.
La crescita delle esportazioni italiane fuori dall’Unione Europea nel periodo 2016 – 2023 è stata del 45%, a fronte di una media UE del 36% della Francia del 22% e della Germania del 21%
Insomma, l’Italia non solo scala posizioni a livello internazionale tra i maggiori esportatori mondiali ma si dimostra l’economia più competitiva dell’UE sui mercati internazionali. Non male per un Paese che “sta perdendo competitività”.
Luogo comune nr. 2: l’Italia è un ottimo posto per godersi la Dolce Vita, fare turismo e mangiare bene ma non per fare business
L’Italia è il terzo paese al Mondo per numero di brevetti per tecnologia aerospaziale e quarto al mondo per esportazione di veicoli spaziali; il nostro paese è inoltre il quarto esportatore di macchine e attrezzature dietro la Germania, il Giappone e la Cina ed ha raggiunto la terza posizione nella classifica dei maggiori esportatori mondiali di prodotti farmaceutici alle spalle di Svizzera e Germania.
Ha veramente senso continuare a descriverci come il Paese della Dolce vita, pigro, stagnante ed ai margini dell’Europa?
Luogo comune nr 3: l’Italia ha forse un’industria ancora importante ma non è all’avanguardia sul fronte ambientale.
Sarebbe interessante capire su cosa si basa questa affermazione, visto che:
- l’azienda Green Power del gruppo ENEL è il primo produttore al Mondo di tecnologia per energie rinnovabili.
- l’Italia è inoltre di gran lunga il Paese più efficiente in Europa per utilizzo di materie prime nel ciclo produttivo e per minimizzazione dell’impatto ambientale
- l’Italia è prima per raccolta differenziata e riciclaggio dei rifiuti in Europa.
Luogo comune nr 4: l’Italia è il Paese più indebitato al Mondo
Quello italiano è certamente uno dei debiti pubblici più alti al Mondo (135% del PIL), tuttavia notiamo che non si parla con la stessa preoccupazione del debito pubblico giapponese (255%); del Sol Levante la stampa nostrana è solita cantare le lodi come faro di prosperità e civiltà dell’Estremo Oriente.
Se si guarda poi all’incidenza del debito estero sul debito pubblico, in Italia questa sfiora il 27%, meno della metà di quella di Francia e Germania: questo significa che il nostro debito è prevalentemente in mano italiana e quindi meno vulnerabile ad attacchi speculativi esteri.
Non parliamo poi dell’indebitamento privato, nettamente più basso da noi che in tutti gli altri maggiori paesi sviluppati, 151% sul PIL a fronte del 270% della Norvegia e della Svizzera, del 268% della Francia, del 260% dei Paesi Bassi, del 246% del Giappone, del 216% degli USA, del 171% della Germania, 166% della Spagna e 161% del Regno Unito.
Infine se non fosse per la spesa in conto interessi, principale responsabile dell’aumento del nostro debito pubblico, l’Italia potrebbe dire di aver gestito in modo virtuoso le sue casse pubbliche negli ultimi 8 anni facendo registrare un avanzo primario (unico tra i paesi del G7) a dimostrazione che le aspettative negative sul nostro Paese sono state tra le cause principali dell’indebitamento pubblico e non sono necessariamente ascrivibili a mala gestione che sicuramente esiste ma non è fuori dal comune come si vorrebbe far pensare
Conclusione
Quelli elencati sono solo alcuni dei tanti numeri che potrebbero farci vedere il nostro Paese in una luce più positiva.
Tutto questo non deve servire ad autocompiacerci e pensare di non avere nulla da imparare dagli altri e dimenticarci dei problemi drammatici che affliggono da sempre la nostra comunità nazionale.
Tuttavia, la forza di un Paese si misura anche dalla conoscenza di sé stessi, dei propri punti di forza e non solo delle proprie mancanze.
Tale consapevolezza deve servirci da sprone per capire che nell’attuale contesto mondiale caratterizzato da alta conflittualità e rischi sistemici cui non eravamo più abituati, siamo noi a dover fare leva sulla nostra forza per proteggerci da investimenti predatori, attacchi alla nostra sicurezza e per cogliere le opportunità che i veloci cambiamenti sui mercati internazionali ci offrono.
Conoscere la nostra forza è premessa necessaria per farlo.
Fonti:
- Trading Economics
- Il Sole 24 Ore, articoli di Marco Fortis
- L’Italia in 10 selfie, 2023 (Fondazione Symbola)

