La stabilizzazione del Mediterraneo orientale ed in particolare del quadrante mediorientale è interesse diretto dell’Italia per vicinanza geografica, approvvigionamenti energetici e flussi migratori. Tale stabilizzazione non può prescindere da uno Stato ebraico forte, avamposto occidentale e di democrazia in Medio Oriente.
La rottura dei legami con Israele da parte di importanti atenei italiani (Torino e Normale di Pisa)
Le notizie che arrivano dai nostri atenei hanno dell’incredibile. Il sentimento antisraeliano tra gli studenti ed evidentemente anche nel corpo insegnante degli atenei italiani è così forte da portare all’interruzione di progetti di ricerca comuni tra Italia e Israele.
La guerra di difesa portata avanti da Israele a fronte degli indicibili crimini di Hamas nei confronti dei civili israeliani perpetrati il 7 ottobre del 2023 ha fatto esplodere in tutta Europa un’ondata di violente proteste contro Gerusalemme.
La maggioranza dell’opinione pubblica ed i movimenti progressisti occidentali si sono schierati senza esitare al fianco del più feroce ed oscurantista movimento terroristico del Medio-Oriente sostenuto e finanziato da Stati teocratici e dittatoriali come l’Iran e la Siria che calpestano consapevolmente ogni più elementare diritto civile e si pongono come obiettivo l’eliminazione dell’unica democrazia del Medio Oriente: Israele.
Un recente articolo uscito sulla Stampa testimonia che gli atenei del Bel Paese stringono generosi accordi di collaborazione accademica con tutti i peggiori regimi autoritari del Pianeta, inclusi Russia, Cina, Corea del Nord, Afghanistan e Iran, ma non esitano ad interrompere i rapporti con Israele.
La richiesta di boicottaggio dei progetti italo-israeliani viene a gran voce da studenti che di fatto chiedono (consapevolmente?) l’annientamento dello Stato d’Israele, cantando: “from the river to the sea, Palestine will be free”; per chi non lo sapesse Israele si estende appunto dal fiume (Giordano) al mare Mediterraneo. Richiedere quindi che la Palestina venga liberata dal fiume al mare, significa augurarsi l’annientamento di Israele e negarne il diritto ad esistere.
Nel frattempo, a Teheran è stata inaugurata la “Fiera della castità” e sono state introdotte sanzioni più dure per le donne che non indossano il velo.
Si attendono riunioni straordinarie dei senati accademici dei nostri maggiori atenei e dimostrazioni oceaniche a difesa dei diritti delle donne nella Repubblica islamica o contro i campi di “rieducazione” in cui la Cina tiene imprigionata la minoranza musulmana uigura, oppure contro lo sterminio in Siria e Yemen di centinaia di migliaia di cittadini musulmani. Ma tutto questo non avverrà.
La morale prevalente che condanna Israele per la sua guerra convenzionale è infatti a senso unico e tace sui crimini commessi quotidianamente dai regimi autoritari e islamisti (inclusi i deliberati attacchi di Hamas a donne e bambini israeliani il 7 ottobre, la cui condanna proforma è durata lo spazio di 24 ore e veniva prevalentemente giustificata dal “contesto”).
Ha invece un occhio attentissimo ad ogni mossa delle democrazie occidentali per cui se vieni attaccato puoi rispondere ma non troppo, anzi con chi lincia donne e bambini deliberatamente dovresti sederti al tavolo a trattare. Se gli alleati avessero seguito la stessa logica nella Seconda Guerra Mondiale, in Germania i nazisti sarebbero ancora al potere.
L’importanza di Israele per l’Italia
Nell’ambito di questo dibattito, c’è un grande assente: l’interesse nazionale italiano.
Israele, oltre ad essere una solida democrazia, è una delle economie più dinamiche del Mondo che negli ultimi 7 anni ha fatto registrare un tasso medio annuo di crescita del PIL del 3,6% e si colloca nella classifica per reddito pro-capite al tredicesimo posto tra i 15 paesi più ricchi del Mondo alle spalle della Svezia e davanti all’Olanda
Questo in assenza di materie prime energetiche e idriche e grazie a politiche economiche avvedute soprattutto in tema di innovazione e tecnologia che hanno reso lo Stato ebraico un paradiso per le start-up ed un polo di attrazione mondiale di investitori e piani di accelerazione.
L’assenza di un apparato industriale importante ha reso la sua economia complementare a quella di Paesi come l’Italia che invece, sono caratterizzati da un tasso di innovazione più basso ma da un importante apparato manifatturiero e da una notevole vivacità imprenditoriale.
Il rapporto con l’Italia
Il rapporto tra i due Paesi a livello tecnologico è regolato dall’”Accordo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica Italia – Israele” che prevede la realizzazione di progetti congiunti di ricerca tra i due Paesi nei settori dell’agritech, delle tecnologie idriche, del trattamento delle acque di scarto, degli strumenti ottici di precisione e delle tecnologie quantistiche ed è di importanza strategica per l’Italia.
Non meno importanti sono gli accordi di natura militare che prevedono anche lo scambio di tecnologie e le possibilità per l’industria italiana di attingere all’ecosistema innovativo israeliano in un’ottica di open innovation.
Il rapporto con Israele appare inoltre strategico per noi tenendo conto della nostra posizione geografica al centro del Mediterraneo, che ci vede però giocare in difesa rispetto all’aggressività di potenze concorrenti (Francia, Turchia e Algeria) o addirittura ostili (Russia) che hanno negli ultimi anni contribuito a destabilizzare il nostro estero vicino (specie in Libia), rischiando di compromettere parte dei nostri approvvigionamenti energetici ed esponendoci a flussi migratori incontrollati.
Stare con Israele è giusto e utile
In quest’ottica avere come partner un Paese stabile e democratico come Israele strettamente legato agli USA, nostra potenza di riferimento e da cui dipende gran parte della nostra sicurezza militare, è per l’Italia un fattore di stabilità da salvaguardare.
Che vantaggio trarremmo del resto da una Gaza o addirittura un’intera Palestina nelle mani di Hamas, confinante con Hezbollah in Libano e di fatto controllata dall’Iran?
Quale beneficio trarrebbe l’Italia da un Israele debole, assediato e a rischio di annientamento da parte dei regimi teocratici del Medio-Oriente, proprio ai confini del nostro cortile di casa?
Se ci preoccupa il destino dei civili palestinesi che (nonostante gli sforzi israeliani), cadono inevitabilmente vittime della criminale scelta di Hamas di farne degli scudi umani, ci siamo chiesti che prospettiva avrebbe questa popolazione se Gaza o l’intera Palestina fosse governata da uno Stato in mano ad Hamas? Ci siamo strappati le vesti per le donne afghane abbandonate dagli USA e dagli alleati nelle mani dei Talebani: che destino avrebbero invece le donne palestinesi in una Palestina dominata da Hamas? E gli omosessuali? Le altre minoranze etniche o di genere? Che futuro avrebbero in una società controllata dagli islamisti?
Paradossalmente di fronte alla complessità dei conflitti in corso ed in particolare del conflitto arabo-israeliano, la chiave di lettura dell’interesse nazionale, sommata a quella del rispetto dei principi di convivenza liberale, consente una scelta chiara: il sostegno incondizionato ad Israele, affinché elimini il pericolo di Hamas e ritrovi stabilità.

