In questo breve elaborato, prodotto a latere del corso di Geopolitica della Scuola di Limes cui partecipo come studente da qualche mese, si tenta di dare una definizione dell’interesse nazionale italiano, mettendo in evidenza come questo non coincida necessariamente soltanto con la dimensione economica e come questo venga influenzato dal perseguimento dell’interesse nazionale delle nazioni partner e ostili o potenzialmente tali.
Ci tengo a precisare comunque che i contenuti qui espressi sono interamente miei ed esprimono esclusivamente la mia personale opinione.
Gli interessi strategici fondamentali
- una dimensione esterna;
- una dimensione interna.
- l’accesso ai mercati internazionali del nostro apparato produttivo del Centro-Nord;
- l’accesso alle risorse energetiche estere e l’aumento della nostra capacità produttiva ed estrattiva di materie prime;
- la pacificazione ed il controllo delle acque del Mediterraneo come strumento di proiezione economica, culturale e securitaria italiana oltre la faglia del Canale di Sicilia che separa l’Europa dall’Africa.
- il mantenimento dell’unità nazionale per garantire peso demografico ed economico all’Italia nel Mondo;
- l’aumento della coscienza nazionale degli italiani attraverso una migliore definizione della nostra missione nazionale e del perché la dobbiamo perseguire.
Politiche che derivano da una definizione siffatta dell’interesse nazionale
LA DIMENSIONE ESTERNA
L’apparato produttivo ed il suo accesso ai mercati internazionali
Funzionale al mantenimento ed al rafforzamento del nostro apparato produttivo è una politica industriale che preveda investimenti selettivi sui settori più promettenti:
- dal punto di vista del potenziale di crescita sui mercati internazionali
- dell’impatto occupazionale
- dell’impatto in termini di competenza diffusa sui territori che tali settori sono in grado di generare
Esempio di questo sono i provvedimenti contenuti nella riforma fiscale a favore degli investimenti tecnologici nota come “Industria 4.0”.
Questo comporta anche un riorientamento del sistema educativo a supporto di tali scelte di politica industriale: il sistema scolastico e universitario deve essere messo in condizione di produrre competenze funzionali a tali scelte industriali anche intensificando lo scambio con sistemi universitari esteri.
In linea con le scelte di politica industriale deve anche essere la politica di internazionalizzazione delle nostre imprese atta:
- da un lato ad aumentarne la competitività
- dall’altro a garantirne l’accesso ai mercati maggiormente in crescita ed in linea con le loro capacità produttive
La politica estera e commerciale estera che ne deriva deve quindi essere orientata a:
- rafforzare i legami con i nostri maggiori mercati target (Germania, Francia, Stati Uniti, Svizzera, Spagna e Regno Unito);
- ,mantenere buoni rapporti con i maggiori mercati emergenti (Cina, India, Russia, Centro e Sud America)
L’accesso alle risorse energetiche estere e l’aumento della nostra capacità produttiva ed estrattiva
La tutela di questo interesse è funzionale all’approvvigionamento energetico del nostro sistema produttivo e prevede:
- la tutela ed il rafforzamento dei bacini idrici del Centro-Nord a fronte del cambiamento climatico
- la tutela ed il rafforzamento di ENI ed ENEL e della loro capacità operativa e di sviluppo di tecnologie innovative
- Il mantenimento di buoni rapporti con i paesi produttori attraverso la chiusura di accordi per loro economicamente vantaggiosi e funzionali allo sviluppo di un’economia locale
La pacificazione ed il controllo delle acque del Mediterraneo
La tutela di questo interesse ha a che vedere con la pacificazione della nostra sponda Est e Sud che segna la faglia tra Europa Occidentale, Balcani e Medio-Oriente, per garantire la permanenza del nostro Paese in un’area pacificata e ordinata ed evitare che esso venga risucchiato nel caos dei Paesi confinanti posizionati oltre quella faglia.
Tale interesse, inoltre, si fonda anche sull’accesso al Canale di Suez ed allo Stretto di Gibilterra che garantiscono i regolari flussi di Import-Export per noi vitali e compatibili con la nostra funzione di Paese manifatturiero ed esportatore.
Strumenti di questo obiettivo strategico sono:
- il rafforzamento della nostra marina militare e una sua maggiore proiezione nel Mediterraneo a tutela dei nostri interessi di pesca, di sicurezza, di limitazione dell’immigrazione clandestina;
- l’aumento selettivo delle importazioni dai paesi della sponda sud del Mediterraneo per renderli più dipendenti dalla nostra economia e favorire la crescita di un’economia locale e che limiti i flussi migratori incontrollati;
- l’aumento dei nostri investimenti in infrastrutture nei paesi della sponda sud per aumentare la nostra influenza e contribuire alla crescita delle economie locali, oltre che di un indotto industriale in Italia che esprime riconosciute eccellenze ingegneristiche.
LA DIMENSIONE INTERNA
È tuttavia difficile che tali obiettivi possano essere condivisi e perseguiti se le classi dirigenti non ne hanno consapevolezza ma ancora di più se non ne ha consapevolezza la popolazione che tali classi dirigenti elegge. Le classi dirigenti sono espressione del fattore umano del Paese, sono sovrastruttura della struttura umana che questo esprime ed è quindi sulla struttura che bisogna agire per radicare un senso di interesse nazionale nel Paese.
Per questo sono funzionali agli obiettivi strategici appartenenti alla dimensione esterna anche quelli rientranti nella dimensione interna.
La tutela dei due interessi appartenenti alla dimensione interna passa da un’inversione di tendenza successiva alla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale che ha visto una progressiva riduzione della consapevolezza di sé degli Italiani; manca l’orgoglio di appartenenza ad una missione nazionale, sembra che per la maggior parte degli italiani non esista un interesse nazionale da difendere. L’Italia si percepisce come Paese debole e diviso, con un’identità debole e condizionata ai superiori interessi delle altre nazioni da cui ci sentiamo dipendenti e alle quali ci sentiamo inferiori.
Le misure atte ad invertire su questa tendenza sono funzionali al raggiungimento di due obiettivi:
- il mantenimento e rafforzamento dell’unità nazionale per garantire all’Italia peso ed influenza;
- la crescita di una maggiore consapevolezza dell’interesse nazionali e del ruolo che il nostro Paese può giocare incidendo sul fattore umano della Nazione.
Dal primo aspetto passa sicuramente una riduzione del divario tra Nord e Sud per impedire che il peso fiscale di mantenere una parte improduttiva ed in involuzione sociale ed economica del Paese che vive fondamentalmente di spesa pubblica improduttiva e sussidi, diventi intollerabile per il nostro sistema produttivo del Centro-Nord con il rischio di:
- perdere competitività e capacità di proiezione internazionale;
- generare pulsioni separatiste nelle regioni del Nord che non tengano conto dell’interesse nazionale.
Prendendo atto dello scarso livello di imprenditorialità nelle regioni del Centro-Sud, una soluzione al deficit di sviluppo del Mezzogiorno potrebbero essere una serie di massicci investimenti pubblici mirati in:
- logistica economica (rafforzamento porti commerciali del Sud), favorendo la concentrazione sull’Italia dei flussi commerciali che attraversano il Canale di Suez, che adesso tendono a scavalcare anche il Porto di Genova (per carenze infrastrutturali) e raggiungere i mercati europei attraverso Gibilterra ed i porti del Nord Eurooa (Amburgo, Rotterdam, Anversa);
- logistica militare (rafforzamento della capacità di proiezione della nostra marina militare nel Mediterraneo);
- logistica funzionale alla gestione nazionale dei flussi migratori (creando centri di accoglienza smistamento e rimpatrio dei migranti).
Altra misura economica funzionale ad una più oculata gestione della spesa nel Sud che liberi quindi risorse per gli investimenti di cui sopra è un’autonomia in senso federale e pensata in modo da non dare in gestione alle regioni funzioni strategiche come la gestione dei Porti o della scuola, ma con l’obiettivo di responsabilizzare maggiormente le classi dirigenti locali costringendole a recuperi di produttività amministrativa e fiscale.
Più complesso e soprattutto con effetti più a lungo termine appare l’investimento sulla pedagogia nazionale in modo da plasmare il fattore umano del Paese. Tali investimenti che sono soprattutto di carattere educativo ed avrebbero un impatto su varie aree disciplinari (Storia, Scienza Politica, Geografia, materie tecniche affini agli investimenti industriali del Paese) dovrebbero avere lo scopo di ricreare negli Italiani il senso di appartenenza ad una comunità con profondità storica, radici comuni e comuni interessi da tutelare in un contesto internazionale non sempre amichevole e potenzialmente ostile.
Funzionale a questi obiettivi di pedagogia nazionale potrebbe anche essere la reintroduzione della leva obbligatoria per uomini e donne per periodi più brevi rispetto al passato e compatibili con lavoro ed impegni privati, strumentale però alla diffusione del concetto di doveri collettivi verso la comunità democratica nazionale in quanto erogatrice di servizi pubblici essenziali e garante della fruizione dei diritti individuali.

