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Riscopriamo la parola Patria

«A voi, alla fine del lungo travaglio causato dal colpevole abbandono (del governo Badoglio) furono poste tre alternative: combattere a fianco dei tedeschi, cedere loro le armi, tenerle e combatterli: Vi fu chiesto, in circostanze del tutto eccezionali in cui mai un’unità militare dovrebbe trovarsi, di pronunciarvi. Con un orgoglioso passo avanti faceste la vostra scelta: unanime, concorde e plebiscitaria: combattere». In quel modo decideste consapevolmente il vostro destino, e dimostraste che la Patria non era morta. Anzi con la vostra decisione ne riaffermaste l’esistenza. Fu esattamente su queste fondamenta che risorse l’Italia».

 

Con queste parole nel lontano 2001 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi rendeva onore ai soldati e ufficiali della Divisione Acqui, annientata a Cefalonia nel settembre del 1943 dopo l’armistizio. Di fronte alla furia nazista, i ragazzi della Acqui, privi di rinforzi e senza ordini, consci del loro destino, tennero fede al giuramento e difesero l’onore della Patria non cedendo le armi ai tedeschi.

 

Il Presidente Ciampi è stato per la mia generazione dei nati a metà degli anni ’70, il primo rappresentante delle istituzioni a rispolverare la parola Patria, restituendola al suo significato più nobile: un amore senza condizioni per il proprio Paese.

Chiunque abbia avuto la fortuna di conoscere l’amore per un’altra persona sa che quel sentimento non richiede nulla in cambio, è una passione incondizionata che ti spinge a dare senza contropartita e che trova gratificazione nella felicità che la persona amata ne trae.

 

Stesso significato ha per me l’amor patrio: una passione incondizionata per la propria comunità nazionale, per i luoghi, la storia, la lingua, la cultura e il senso di vicinanza istintivo che si prova quando ci si riconosce all’estero, il significato di missione per il futuro che si sceglie di attribuire al proprio Paese.

 

È facile amare la nostra Italia, la bellezza struggente della nostra penisola sdraiata come una principessa stanca e dormiente nel Mar Mediterraneo, attraversata nei secoli dalle espressioni più alte della civiltà umana, l’armonia della Magna Grecia, la potenza e la grandezza mai eguagliata di Roma, la bellezza travolgente della Firenze dei Medici adagiata sull’Arno e madre della nostra lingua elegante e ricca, lo splendore della Serenissima Repubblica di Venezia che raccolse l’eredità di Roma e la conservò, culla di civiltà, libertà e moderazione fino alla soglia dei nostri giorni, ed ancora la grandezza dell’Italia moderna, da paese arretrato e contadino a potenza economica e culturale, trascinata dai padri della Patria del nostro dopoguerra a guadagnarsi un posto tra le Nazioni più influenti e rispettate del pianeta.

 

Enrico Mattei, Adriano Olivetti, il formidabile apparato manifatturiero del Nord (Milano, Torino, Bologna, Verona) e l’esplosione di creatività delle nostre piccole e medie imprese da Nord a Sud, il miracolo del Made in Italy e la nostra tecnologia che ci porta a contendere primati ai grandi della Terra in tutti campo della manifattura e della ricerca.

 

Da 22 anni ormai vivo all’estero e vedo crescere un fenomeno che credo vada colto trasversalmente dalla politica italiana, a maggior ragione ora che ci troviamo in campagna elettorale: un bisogno di partecipazione, un bisogno da parte dei ragazzi o ex ragazzi della nuova emigrazione qualificata (i famosi “cervelli in fuga” spesso a torto identificati solo con i ricercatori universitari) di restituire qualcosa al Paese che li ha formati e plasmati sui banchi di scuola e dell’università: un fenomeno che testimonia un amor patrio diffuso, un sentimento profondo ed incondizionato di identificazione a priori nella propria comunità nazionale di origine che, sia esso istintivo o maturato razionalmente negli anni di lontananza dal proprio Paese, è certamente più forte di qualsiasi incentivo fiscale per il rientro dei cervelli.

 

Leggo in questi giorni i programmi elettorali giustamente ricchi di proposte di spesa anche per noi italiani all’estero e di rivendicazione di diritti. Certo, è giusto, voler rispondere concretamente a richieste concrete di intervento da parte dei cittadini: in Italia il grido di dolore delle imprese afflitte dai costi dell’energia che rischiano di determinare un collasso sistemico del nostro sistema produttivo. All’estero le tasse sulla casa, la tutela della lingua italiana, l’efficacia dei servizi consolari.

 

La mia sensazione è che in questo imminente cambio di Governo che avviene in un contesto geopolitico minaccioso, in ballo ci sia la tenuta economica e sociale del Paese che per riprendere a correre non ha solo bisogno di cittadini che rivendicano, ma di volontari della cittadinanza: cittadini patrioti residenti in Italia e all’estero.

 

Sarebbe bello che questa campagna elettorale servisse soprattutto ai nostri connazionali all’estero non solo la rivendicazione dei loro diritti ma anche il bello di onorare i loro doveri verso l’Italia.

 

Le nuove generazioni hanno avuto la grande opportunità di andare all’estero a cogliere opportunità migliori ma l’hanno potuto fare solo grazie all’istruzione ricevuta in Italia: questo impone il dovere di restituire con un atto di amore.

 

Cosa c’è di più bello che amare la Patria di Augusto, Dante, Michelangelo e Brunelleschi, capace di tanta passione e bellezza? La Patria di Carlo Pisacane e degli eroi del Risorgimento che sognavano un’Italia libera, orgogliosa e memore della grandezza di Roma, mai più oppressa da potenze straniere?

 

Mi immagino l’invio di una “cartolina precetto” immaginaria agli Italiani all’estero affinché contribuiscano a far ripartire la nostra Italia. Le modalità per farlo sono molteplici, a partire dalle competenze di ciascuno di noi, magari affinate in contesti aziendali, istituzionali o accademici in giro per il Mondo, o dalle proprie esperienze civiche: pensiamo ad esempio all’importazione in Italia delle buone pratiche amministrative, e sociali, di cui ciascuno di noi è protagonista vivendo all’estero. Possiamo essere la finestra che si apre sul Mondo e porta in Italia un vento di innovazione e ricerca di soluzioni già sperimentate altrove, quindi validate dalla realtà.

 

Il Presidente Kennedy nel gennaio del 1961 a Washington, il giorno del suo insediamento disse agli Americani: “Non chiedetevi cosa il Vostro Paese possa fare per Voi, ma cosa voi possiate fare per il Vostro Paese”; facciamoci la stessa domanda anche noi e raccogliamo le nostre idee. È forse arrivato il tempo di mettere alla prova il nostro amore incondizionato.

 

Lo fecero i soldati della Acqui per noi con il loro estremo sacrificio, facciamo in modo che non sia stato vano.

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